Avere il ‘cuore spezzato’ non e’ soltanto un modo di dire

Avere il ‘cuore spezzato’ non e’ soltanto un modo di dire

Recenti studi effettuati dagli specialisti dell’ Universita’ di Aberdeen rivelano come non sia affatto vero che il tempo guarisce le ferite, specie se si tratta di ferite sentimentali.

La cosidetta ‘sindrome da cuore spezzato‘, che interviene in seguito ad incidenti, divorzi o traumi particolarmente difficili, e’ una malattia vera e propria che puo’ portare a soffrire di diversi scompensi a livello cardiaco. E tali cardiomiopatie, secondo questi recenti studi, non si risolvono in breve tempo ma tendono a perdurare nei mesi.

Un nuovo pioneristico studio effettuato dalla Dottoressa Dana Dawson, docente di medicina cardiovascolare presso l’Universita’ di Aberdeen, ha rivelato che, nei pazienti che sono stati seguiti per oltre quattro mesi dai suoi collaboratori, gli scompensi cardiaci nati in seguito a forti traumi non sono scomparsi naturalmente, ed in un lasso di tempo relativamente breve come loro stessi pensavano in un primo momento, ma hanno perdurato oltre le loro aspettative.

La condizione medica di cui stiamo parlando, identificata per la prima volta in Giappone nel 1990, affligge piu’ frequentemente il sesso femminile e provoca un dolore al petto molto simile a quello provocato da un vero attacco di cuore. In realta’ quando le arterie coronariche dei pazienti vengono poi esaminate esse non risultano mai ostruite ed il loro cuore appare in uno stato di piena forma.

Anche se non hanno veramente avuto un attacco di cuore i pazienti ospedalizzati per questi sintomi sviluppano un rischio di moratilita’ pari a coloro i quali hanno davvero sofferto l’infarto’. dice la Dottoressa Dawson.

Secondo la Dottoressa Dawson, le implicazioni dello studio sono importanti . “I nostri risultati vanno in qualche modo a fornire una spiegazione sul motivo per cui i pazienti continuino a lamentarsi di non sentirsi bene ancora molti mesi dopo l’insorgere dei primi sintomi‘.

Se desiderate approfondire l’argomento trovate qui l’ articolo originale in lingua Inglese

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